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Matteo e la luce del faro

Il vento della sera arrivò piano dal mare, portando odore di sale e di alghe. Matteo, il giovane guardiano del faro, controllò la porta, poi salì i gradini rotondi, uno dopo l’altro. In alto, il cielo era rosa e viola. Le onde si rompevano contro le rocce e facevano splash-splash. Un gabbiano girò in tondo e strillò, come per dire: “Buona sera!”. Matteo mise la mano sulla grande lente e sorrise.

— Stanotte farai luce per tutti, — disse dolce.

Amava parlare con il faro, come con un vecchio amico. Cantò piano la sua frase preferita, che gli dava coraggio: — Luce del faro, torna con me. — La ripeté due volte, perché gli piaceva il suono.

Poi guardò il mare scuro e ascoltò. Sembrava che il mondo trattenesse il respiro.

All’improvviso, la lampada fece un piccolo “pof” e si spense. La stanza si fece grigia, poi quasi nera. Una nuvola coprì la luna. Il vento salì e portò nebbia. Matteo sentì il cuore battere forte.

— Oh no… le barche! — disse. — Devono vedere il faro.

Provò a girare la manovella, controllò l’olio, cercò una candela. Niente luce. Dal mare arrivò un suono allegro, come fischi e clic: era un gruppo di delfini. Saltavano e facevano piccole fontane.

— Ciao amici! — gridò Matteo dal balcone. — Il faro si è spento. Ho bisogno di aiuto.

I delfini girarono insieme, come se avessero capito. Uno fece un tuffo alto, un altro batté la coda, e l’acqua brillò un poco, come se dentro ci fosse polvere di stelle. Matteo sussurrò ancora: — Luce del faro, torna con me.

Matteo scese di corsa e aprì il piccolo portone verso il molo. Prese la barca a remi, controllò i nodi, e si spinse tra le onde. Il mare era fresco e profumava forte. I delfini lo aspettavano fuori dal porto. Lui provò a parlare come loro: — Clic-clic… ehm… cli-cli… — e sbagliò. Un delfino fece una capriola, come se ridesse. Matteo rise anche lui: — Va bene, parlo male delfinese!

I delfini si misero davanti alla barca e iniziarono a guidare. Sotto l’acqua si vedevano piccole luci verdi, come lucciole del mare. Erano alghe che brillavano quando l’acqua si muoveva. Ogni spruzzo lasciava una scia luminosa. Matteo si sentì meno solo. Teneva il ritmo con i remi e diceva piano la sua frase: — Luce del faro, torna con me. — La voce andava con il rumore delle onde, ciuf-ciuf, ciuf-ciuf.

Il cielo diventò scuro e la pioggia cominciò a cadere, sottile ma fredda. Il vento spinse la barca verso scogli nascosti. I delfini si mossero rapidi, facendo anelli attorno a Matteo per tenerlo in rotta. Uno prese con il muso una vecchia rete lasciata sul fondo e la spinse su, avvolta di alghe luminose. Sembrava una coperta di luce!

— Bravissimi! — gridò Matteo, bagnato ma felice. — Portiamola al faro!

Un’onda grande arrivò dalla sinistra. La barca saltò. Matteo strinse i remi. I delfini, forti e gentili, spinsero la chiglia, e la barca passò sopra l’onda come un gabbiano. La pioggia aumentò, ma le alghe brillavano sempre di più, come piccole stelle verdi nel buio.

— Luce del faro, torna con me! — disse più forte, per coprire il vento.

La barca toccò le rocce sotto la torre. Matteo legò la cima, poi prese la rete luminosa tra le braccia. Pungeva un poco di sale, e profumava di mare. Salì i gradini di pietra due alla volta, con i delfini che saltavano sotto e facevano coraggio con i loro fischi.

Arrivato in cima, spinse la porta della lanterna. Dentro era buio e silenzioso. Posò con cura la rete di alghe nella coppa della vecchia lampada, proprio davanti alla grande lente. Le luci verdi si unirono, poi divennero un unico bagliore chiaro. La lente raccolse quel chiarore e lo mandò lontano, su una lunga strada di luce sopra il mare.

In quell’istante, il gabbiano tornò di colpo e si posò sul davanzale. Vide la luce e, sorpresa, gli cadde il cappello dalla testa… ma i gabbiani non portano cappelli! Era il berretto di Matteo, rubato prima per gioco. — Ehi birbante! — rise Matteo, rimettendoselo.

La luce del faro brillò forte. Le barche nella nebbia suonarono i loro clacson, come un grazie. Matteo vide le sagome delle navi cambiare rotta, al sicuro. Sotto, i delfini giravano felici nella striscia luminosa. Il vento si calmò piano, e la pioggia diventò una carezza leggera.

— L’avete riportata voi, amici, — disse. — Avete riportato la luce.

Si appoggiò alla ringhiera e respirò piano. Il mare sembrava meno grande, più amico. Ripeté ancora una volta, ma come una ninna nanna: — Luce del faro, torna con me.

All’alba, il cielo schiarì in oro e pesca. Matteo scese al molo e lasciò scivolare un piccolo cesto di alghe luminose in una vasca vicino al faro, per tenerle umide e vive. — Quando servirà, saprò dove cercare, — disse.

I delfini saltarono al sole, come saluti brillanti. — Tornate a giocare quando volete, — chiamò Matteo. Il gabbiano fece un ultimo giro, poi si posò quieto.

Dentro il faro, l’aria era tiepida e sa di legno. Matteo pulì la lente, asciugò i gradini bagnati, e mise ad asciugare il suo impermeabile e gli stivali vicino alla porta. Si sedette un momento, ascoltò il mare calmo, e chiuse gli occhi. La luce girava lenta, sicura, come un respiro.

— Va tutto bene, — mormorò. — La luce è tornata con me.

E la notte seguente il faro fu pronto, forte e chiaro, a cantare ancora la sua strada di luce sopra l’oceano.
Matteo (giovane guardiano del faro)

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